Il conto economico di un e-commerce è il prospetto che parte dal fatturato e, togliendo una a una tutte le voci di costo (prodotto, spedizioni, commissioni, resi, pubblicità, costi fissi), arriva al margine netto: quello che resta in tasca. È l'unico documento che dice se il negozio online guadagna o se sta solo facendo girare soldi. E quasi sempre racconta una storia diversa da quella del fatturato.

C'è un dato che fa riflettere. Secondo la ricerca Ecommerce Italia 2025 di Casaleggio Associati, tra le priorità delle aziende che vendono online il 64% punta ad aumentare fatturato e profitto, ma solo il 23% mette al primo posto il miglioramento della marginalità. Tradotto: quasi tutti guardano la riga in cima al conto economico, pochi guardano quella in fondo. Questo articolo serve a leggerle tutte, voce per voce.

In sintesi
  • Cos'è: il percorso dal ricavo netto al margine netto, sottraendo nell'ordine COGS, costi variabili per ordine, marketing e costi fissi.
  • I costi nascosti: commissioni di pagamento, fee dei marketplace, resi, spedizioni non coperte e imballaggio possono erodere 15–25 punti di margine senza apparire nel prezzo.
  • La voce che comanda: il margine di contribuzione per ordine, e non il margine lordo, dice quanto puoi spendere in pubblicità.
  • Il punto: il fatturato è vanità, il margine è realtà. Solo il 23% degli e-commerce italiani mette la marginalità al primo posto (Casaleggio, 2025).

Cos'è il conto economico di un e-commerce

Il conto economico (in inglese P&L, profit and loss) è il prospetto che mostra come il fatturato si trasforma (o non si trasforma) in profitto. Si legge dall'alto verso il basso: in cima i ricavi, poi una serie di sottrazioni che corrispondono alle diverse famiglie di costo, e in fondo il risultato. Ogni riga intermedia è un "margine" diverso, e ognuno racconta qualcosa.

La trappola dell'e-commerce è che la riga in alto, il fatturato, è facilissima da vedere: te la mostra la dashboard di Shopify o di WooCommerce ogni mattina. Tutte le sottrazioni sono sparse tra estratti conto del gateway di pagamento, fatture del corriere, costi della logistica inversa, spesa pubblicitaria. Il risultato è che molti imprenditori conoscono a memoria il loro fatturato e non hanno idea del loro margine netto. Mettere ogni voce al suo posto nel conto economico è il primo passo per smettere di "vendere a perdere" senza accorgersene.

Il P&L voce per voce (con esempio)

Il modo più chiaro per capire il meccanismo è ragionare su 100 € di fatturato netto (IVA esclusa) e togliere le voci nell'ordine in cui "pesano". I numeri qui sotto sono un esempio realistico per un e-commerce di prodotti fisici: le percentuali cambiano da settore a settore, ma la struttura resta sempre questa.

Voce del conto economicoEsempio (su 100 €)Cosa rappresenta
Ricavi netti (IVA esclusa)100,0Il fatturato reale, senza IVA
− Costo del venduto (COGS)−40,0Quanto ti costa il prodotto
= Margine lordo60,0Primo margine, spesso l'unico che si guarda
− Spedizione netta (costo − contributo cliente)−6,0La parte di spedizione che paghi tu
− Commissioni di pagamento (~2%)−2,0Carte, PayPal, gateway
− Resi (tasso resi × costo)−5,0Logistica inversa + merce invendibile
− Imballaggio e materiali−1,5Scatole, riempitivi, etichette
= Margine di contribuzione45,5Quanto resta per pagare ADV e costi fissi
− Marketing / pubblicità (CAC)−20,0Il costo per acquisire il cliente
= Margine operativo25,5Prima dei costi fissi
− Costi fissi allocati (piattaforma, personale, tool, overhead)−18,0Le spese che ci sono anche senza vendite
= Margine netto7,5Quello che resta (7,5%)

Questa tabella è l'intero articolo in una pagina. Nota due cose. La prima: tra il margine lordo (60) e il margine netto (7,5) c'è un abisso, e quell'abisso è fatto di voci che il listino non mostra. La seconda: il marketing da solo (20) si mangia un terzo del margine lordo. Per questo, prima di accendere una campagna, devi sapere quanto margine hai: è il tema del ROAS di pareggio.

I costi nascosti che erodono il margine

I "costi nascosti" non sono nascosti perché qualcuno li occulta: lo sono perché non compaiono nel prezzo e arrivano da fatture diverse, in momenti diversi. Ecco i principali, quelli che fanno la differenza tra il margine che credi di avere e quello reale:

  • Commissioni di pagamento. Ogni transazione lascia una percentuale al circuito o al gateway: con Stripe, per esempio, l'1,5% + 0,25 € per le carte europee standard e il 3,15% + 0,25 € per quelle internazionali. Sembra poco, ma è una percentuale fissa su ogni vendita, anche quella in perdita.
  • Commissioni dei marketplace. Se vendi anche su Amazon o eBay, la commissione si somma a tutto il resto: su Amazon.it va dal 5% al 45% del prezzo a seconda della categoria, più 39 € al mese per il piano Professionale (listino Amazon). Lo stesso prodotto può essere in utile sul tuo sito e in perdita sul marketplace.
  • Resi. Il costo di un reso comprende la spedizione di ritorno, ma anche il tempo di gestione, l'eventuale merce che non puoi più rivendere come nuova e il rimborso delle commissioni. In alcuni settori (moda su tutti) i resi pesano enormemente sul margine.
  • Spedizione "gratuita". La spedizione gratis è gratis per il cliente, non per te. Se non la copri con un contributo o con un ticket medio adeguato, esce tutta dal tuo margine.
  • Sconti, coupon e contrassegno. Ogni codice sconto e ogni pagamento in contrassegno è un pezzettino di margine che se ne va. Vanno contati, non ignorati.

Presi uno a uno sono piccoli. Sommati, in molti e-commerce valgono 15–25 punti di margine: la differenza tra guadagnare e illudersi di guadagnare.

Il margine di contribuzione: la voce che comanda

Se devi imparare a leggere una sola riga del conto economico, è questa. Il margine di contribuzione è ciò che resta di ogni ordine dopo aver tolto tutti i costi variabili (prodotto, spedizione, commissioni, resi, imballaggio), ma prima di marketing e costi fissi. Nell'esempio sopra è 45,5 € su 100, cioè il 45,5%.

Perché è la voce che comanda? Perché è quella che ti dice quanto puoi spendere per acquisire un cliente restando in utile. Se da ogni ordine ti restano 45,5 € prima del marketing, è quella la cifra che la pubblicità non deve superare se vuoi guadagnare. Il margine lordo (60) ti illude di avere più spazio di quanto ne hai; il margine di contribuzione ti dice la verità. È anche la base per ragionare di KPI sensati invece che di metriche di vanità.

Dal margine al ROAS: quanto puoi spendere in pubblicità

Qui i due mondi, finanza e pubblicità, si incontrano. Una volta che conosci il tuo margine di contribuzione, puoi calcolare il ROAS di pareggio: il ritorno minimo che una campagna deve generare per non perderci. La regola è semplice: più sottile è il margine, più alto deve essere il ROAS perché la campagna stia in piedi. Un e-commerce con il 45% di margine di contribuzione "regge" un ROAS molto più basso di uno che lavora al 20%.

È il motivo per cui due negozi con lo stesso ROAS possono avere risultati opposti: uno guadagna, l'altro brucia budget. Il numero da solo non basta, va letto contro il margine. Abbiamo dedicato un articolo intero alla formula e al calcolo del break-even ROAS, perché è il ponte tra il conto economico e le campagne.

Come tenere sotto controllo il conto economico

Leggere il conto economico una volta è utile; tenerlo sotto controllo nel tempo è ciò che cambia i risultati. In pratica significa poche cose, fatte con costanza:

  • Calcola il margine per prodotto, non solo complessivo. La media nasconde i casi limite: spesso pochi prodotti reggono il margine e altri lo distruggono. Sapere quali è metà del lavoro.
  • Includi sempre i costi variabili reali (commissioni, resi, spedizione) nel calcolo del margine, non solo il COGS. È la differenza tra margine lordo e margine di contribuzione.
  • Monitora il costo di acquisizione cliente (CAC) insieme al margine: se il CAC sale più in fretta del margine, stai comprando fatturato in perdita.
  • Guarda il valore nel tempo del cliente. Un primo ordine in pareggio può andare bene se il cliente riacquista: il conto economico va letto anche sul ciclo di vita, non solo sulla singola vendita.
  • Aggiorna il P&L con cadenza fissa (mensile), così i problemi di marginalità si vedono quando si possono ancora correggere, non a fine anno.

Nessuna di queste richiede un controller dedicato: richiede un metodo e gli strumenti giusti per leggere i numeri. È il lavoro che facciamo quando affianchiamo un e-commerce: partire dal conto economico, non dalle campagne, perché è da lì che si capisce dove sta il profitto.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra margine lordo e margine di contribuzione in un e-commerce?
Il margine lordo è ciò che resta del ricavo dopo aver tolto il solo costo del prodotto venduto (COGS). Il margine di contribuzione va oltre: sottrae anche tutti i costi variabili legati a ogni ordine: spedizione, commissioni di pagamento, imballaggio, resi, eventuali commissioni del marketplace. È il margine di contribuzione, non quello lordo, a dire quanto resta su ogni vendita per pagare marketing e costi fissi: è la voce da guardare per decidere quanto puoi investire in pubblicità.
Quali sono i costi nascosti di un e-commerce?
I principali costi nascosti sono: le commissioni dei sistemi di pagamento (con Stripe, per esempio, l'1,5% + 0,25 € per le carte europee standard); le commissioni dei marketplace (su Amazon dal 5% al 45% del prezzo, a seconda della categoria); il costo reale dei resi (logistica inversa più merce invendibile); la quota di spedizione non coperta dal cliente; imballaggio e materiali; le commissioni del contrassegno; sconti e coupon. Singolarmente sembrano piccoli, ma sommati possono erodere 15–25 punti di margine senza comparire mai nel prezzo di listino.
Come si calcola il margine netto di un e-commerce?
Si parte dal fatturato netto (IVA esclusa) e si tolgono, in ordine: il costo del venduto, tutti i costi variabili per ordine (spedizione, commissioni, resi, imballaggio), poi i costi di marketing e infine i costi fissi (piattaforma, personale, tool, overhead). Quel che resta è il margine netto, di solito espresso in percentuale sul fatturato. È l'unico numero che dice se l'e-commerce sta guadagnando.
Qual è un buon margine netto per un e-commerce?
Non esiste una soglia valida per tutti: dipende dal settore e dal modello di business. Conta più la traiettoria della cifra assoluta: un margine basso ma in crescita, con un costo di acquisizione cliente sotto controllo e clienti che riacquistano, è preferibile a un margine apparentemente alto che ignora i costi nascosti. La marginalità va misurata per categoria di prodotto, non solo a livello complessivo.
Perché il fatturato di un e-commerce cresce ma il profitto no?
Quasi sempre perché la crescita è comprata: più fatturato ottenuto aumentando la spesa pubblicitaria o gli sconti, con un costo di acquisizione che sale più in fretta del margine. Se il margine di contribuzione per ordine è sottile, ogni vendita in più aggiunge ricavo ma poco o nessun profitto, e a volte lo distrugge. È il motivo per cui va guardato il conto economico, non solo il fatturato: il fatturato è vanità, il margine è realtà.

Fonti

  • Stripe, tariffe (consultato a ottobre 2026): commissioni sui pagamenti con carta.
  • Amazon, tariffe di vendita su Amazon.it (consultato a ottobre 2026): piani di vendita e commissioni per segnalazione.
  • Casaleggio Associati, «Ecommerce in Italia 2025» (mercato e-commerce italiano ~90,6 mld €; priorità delle aziende: 64% aumento fatturato/profitto, 23% miglioramento della marginalità).